martedì, aprile 21, 2009
domenica, aprile 19, 2009
Vorrei che m'incontrassi in questi giorni per la prima volta, sempre qui, argilla più densa, elaborata e complessa di quella che anni fa ti trovasti tra le dita. E vorrei che anche ora mi dicessi che sì, non è oggi il primo giorno, che è già parecchio che ci si conosce, o almeno così sembra. Vorrei che tutto fosse aperto e nulla contaminato dal passato. Vorrei sapere se anche ora ci saremmo innamorati.
lunedì, aprile 13, 2009
due giorni
Ricevemmo da parte di un liparota che lavorava al museo archeologico un invito particolare il giorno prima di Pasqua, un pranzo della domenica in mezzo alla campagna mediterranea tra sconosciuti dell'isola e sconosciuti dalla Campania. Anche noi eravamo in mezzo a sconosciuti, noi eravamo gli sconosciuti, incontrati per qualche ora nell'aula a piano terra, aula IV di lettere, "Culture mediterranee, introduzione", e poi, parecchie settimane dopo, accorpati per un piccolo saggio pratico di metodo nella settimana santa eoliana.
Ci ritrovammo, storditi per il caos della sera precedente, una rissa, ancora più storditi seduti nel cemento di un' orribile costruzione abusiva, circondati da una massa triviale e mangereccia, grossa e dal rapido riferimento scurrile. Bevemmo vino, mandammo giù qualche fetta di pastiera, la cassata. E poi in silenzio tornammo negli alloggi, tra strade deserte, prati gialli e l'aria sonnolenta dell'isola e del giorno di festa. Ricordo un pomeriggio mogio. Il giorno dopo pulivamo gamberetti e dipingevamo uova per un altro pranzo, da noi. E poi ancora un altro pomeriggio dai toni pacati.
Ricordo Pasque e Pasquette piovose, chiusa nel tinello di T. con i suoi amici che mai, mi rincresce dirlo, sono stati anche i miei. Tranne uno. Altre su altipiani ventosi con lui che mi rimprovera perchè non ricordo le regole di alcun gioco, perché non sono abbastanza scaltra.
Ricordo una Pasqua in ospedale. E pranzi che non so che darei per non ricordare e basta.
Una lontanissima tra le margherite e una gatta tricolore.
Una al mare, con due delle sconosciute di Lipari che non erano più tali, a Comino. L'uovo sciolto sugli scogli, la mia preoccupazione per la barca che non torna a prenderci. La Pasquetta alla Golden Bay con l'hotel ancora in costruzione. E intanto resto seduta sulla spiaggia non dorata mentre Nisel si tuffa. Nel caos tiro fuori il telefono dalla sacca, guardo lo schermo. Succede. The sweetest thing.
L'anno scorso a Parigi con Roberta. Sotto la pioggia fino al Centre Pompidou.
Quest'anno a scorgere tra la folla una statua che corre e poi al mare. Pasquetta a casa. Credo per la prima volta. Ma non avrei fatto comunque nulla. Pioveva. Come la più parte delle volte.
giovedì, marzo 26, 2009
martedì, marzo 24, 2009
Bella ed amabile illusione è quella per la quale i dì anniversari di un avvenimento, che per verità non ha a fare con essi più che con qualunque altro dì dell'anno, paiono avere con quello un'attinenza particolare, e che quasi un'ombra del passato risorga e ritorni sempre in quei giorni, e ci sia davanti: onde è medicato in parte il tristo pensiero dell'annullamento di ciò che fu, e sollevato il dolore di molte perdite, parendo che quelle ricorrenze facciano che ciò che è passato, e che più non torna, non sia spento né perduto del tutto. Come trovandoci in luoghi dove sieno accadute cose o per se stesse o verso di noi memorabili, e dicendo, qui avvenne questo, e qui questo, ci reputiamo, per modo di dire, più vicini a quegli avvenimenti, che quando ci troviamo altrove; così quando diciamo, oggi è l'anno, o tanti anni, accadde la tal cosa, ovvero la tale, questa ci pare, per dir così, più presente, o meno passata, che negli altri giorni. E tale immaginazione è sì radicata nell'uomo, che a fatica pare che si possa credere che l'anniversario sia così alieno dalla cosa come ogni altro dì: onde il celebrare annualmente le ricordanze importanti, sì religiose come civili, sì pubbliche come private, i dì natalizi e quelli delle morti delle persone care, ed altri simili, fu comune, ed è, a tutte le nazioni che hanno, ovvero ebbero, ricordanze e calendario. Ed ho notato, interrogando in tal proposito parecchi, che gli uomini sensibili, ed usati alla solitudine, o a conversare internamente, sogliono essere studiosissimi degli anniversari, e vivere, per dir così, di rimembranze di tal genere, sempre riandando, e dicendo fra sé: in un giorno dell'anno come il presente mi accadde questa o questa cosa.
Giacomo Leopardi
giovedì, marzo 19, 2009
lunedì, marzo 09, 2009
Un atteggiamento motivato, calcolato e con una lunga serie di corollari, aggiungo io.
Nostalgia.
Non mi manca lui, come potrebbe?
Si può lamentare l'assenza di gelo, indifferenza, silenzio, cinismo, mediocrità?
Se tutto si riducesse solo a lui sarebbe già scomparso da tanto.
Credo, come già notai, post e post fa, che a mancarmi sia invece io, il contesto, la mia intensa emotività non ancora deturpata. La memoria pulita di un innamoramento.
Assoluti.
G. afferma che io e lui, non quello vuoto, ma l'altro, siamo la versione incarnata di un paradosso filosofico.
Eppure, insisto, sono una ragazza semplice. Estremamente semplice.
giovedì, febbraio 26, 2009
Mentire.
Mentire?
Sì, mentire... Mentirgli. Verso casa sua, una notte, una notte gelata, una terribile notte gelata, di fianco al suo petto e sotto il suo braccio gli dissi che non lo amavo più.
Ecco, quello credo sia stato nei suoi confronti il gesto più forte, generoso e diperato di cui allora potessi essere capace.
Perchè?
Perchè era l'unico modo per ridargli pace, per liberarlo dal senso di colpa, dal peso di essersi sentito coinvolto, mesi e mesi prima, e di avermelo dimostrato, pure se a modo suo.
Ti manca?
Non so. A volte credo che sia stato solo un fantasma. Non era passato che qualche mese e già le sue palpebre non si dischiudevano più su quello sguardo prezioso con cui lo avevo conosciuto e amato. Uno sguardo da pupo, occhi di sogno e di gioco.
Andati quelli, se ne andò anche tutto il resto, tutto il buono che c'era. Ma continuai ad amarlo, lontana e silenziosa, a desiderare che capisse, che ricordasse. Volevo un ritorno, uno vero. Tuttavia la voglia di aspettarlo si consumò giornata dopo giornata, finchè il suo esaursi prosciugò anche l'intensità del sentimento che la alimentava. Con estrema lentezza a dire il vero.
E ora non resta nulla?
Nulla.
Sicura?
Solo questa dannosa canzone.
And so it is
just like you said it should be
we'll both forget the breeze
most of the time.
domenica, dicembre 21, 2008
hangover
Ma stasera, sai, vedevo lei e pensavo a te. Non ho bisogno di scrivere altro.
E' tutto già detto, qui, prima, altrove.
mercoledì, dicembre 10, 2008
l'acquario
Lui mi fa accomodare tra pareti di libri che svettano per almeno tre metri, dai volumi più agili e le riviste straniere fino alle rilegature in pelle, attraverso pagine non sfogliate da decenni, I guess.
E là, tra la lamentela di un canarino e il borbottio di un pappagallo il vecchio e stanco scrittore snocciola una filastrocca ragionata di visioni e sillogismi, nostalgia che è futuro, nostalgia che è rimpianto di ciò che nel futuro non incontreremo. E quasi sembra una lezione, domande e approvazione, e quasi sembra un monologo che gira e ritorna e poi si alza di nuovo, tocca i fogli ingialliti e ricade delicato sulla sedia di legno scuro. Ai miei studenti faccio sempre questo esempio, questo dell'acquario, quello di Genova... lei c'è stata? Di quando mi trovai di fronte a uno squalo, bianco... ma c'era il vetro, tra me e lo squalo...
E allora tutte le storie diventano una, un altro cerchio si chiude, con il fragore di un albero che cade in una foresta lontana. E quest'uomo gentile non sa quanto quel suo aneddoto dell'acquario, centinaia di volte recitato, rimbalzò bizzarro anche nel mio destino, da un'altra voce, ne deviò il corso, lo affondò un poco.
martedì, novembre 11, 2008
strade di francia
Dal parapetto in punta di piedi mi sporsi.
lunedì, giugno 30, 2008
domenica, maggio 25, 2008
sabato, maggio 24, 2008
Due spunti
Ancora. Le persone restano nelle parole che a noi rivolte mesi e anni fa dopo di loro useremo con altri. Proprio ora scopro nel mio relazionarmi col sesso opposto i suoi discorsi, le sue paure, il suo scrollare le spalle e dire, ma chi me lo fa fare ora e con lui?
Lunedì scorso durante la lezione di ingleseoraleapplicatoallescienzeumane il prof. canadese dal perfetto accento british mostra un documentario che ci informa che il popolo più felice del mondo è quello danese, biondo, pallido e nutrito sin dalla nascita di basse aspettative di successo. Quando non conosci la cima è difficile che la brami.
Pienamente d'accordo. Io, la cima, l'ho ben esplorata, e pure con un compagno di bella intesa mentale, spirituale, fisica. Di qui il sollazzo nella saudagi. Si è sempre legati all'ultima cosa che ci ha squassato il cuore se altro non è mai giunto a rimediare al danno.
Dovrei improntare questo post a un discorso che rasenti almeno un tentativo blando di essere formale. Potrei parlare di lavoro, di ricerca di lavoro, di costruzione ardua di un sè professionale che qualcuno mi dicesse almeno da dove è partito e dove arriverà lorsque da sola non mi ci raccapezzo.
Ma parlare di lavoro mi deprime, mi affossa e piega le spalle sotto il peso di scelte distratte dove solo la passione ha avuto voce. E lei, la passione continua a urlare. Anche in altre lingue, con ogni mezzo. Con lei discorro, abbasso gli occhi, arrossisco. E capisco che se un incontro non è in grado di trascinarmi fragorosamente su quella cima, i cui tratti io conosco e ancora bramo, anche se con un profilo diverso, con una voce altra, dei gesti differenti, non la miccia di quell'esplosione ma la sua intensità di deflagrazione, allora, se ore passate insieme non fanno abbastanza rumore, io continuo a oziare e sollazzarmi, mi giro e rigiro, non mi alzo, richiudo gli occhi, sbadiglio e penso che sì, è stata una bella giornata e tu mi hai fatto uno strano e dolce effetto, e avrei anche potuto uscire fuori da queste pesanti coperte e lasciarmi prendere, abbracciare... Ma qui sotto fa così caldo, e, appunto, chi me lo fa fare? Non so dove appoggerò il mio piede, non ho voglia di appoggiarlo. Resto a dormire che almeno non faccio danni. E spero, come l'altro, di non gridare nel sonno.
venerdì, maggio 02, 2008
fretta non ce n'è
Assolutamente. Chissà perché quell’espressione gli aveva dato così fastidio quella notte. Assurdo. Assurdo conoscere quel tipo dai capelli e barba rossa, e per di più accompagnato, rivederlo qualche giorno dopo e accoglierlo in casa per una tisana. Cosa mi diceva il cervello. Vero che se fossi stata completamente sola mai lo avrei fatto entrare.
Ragazze, ve l’ho detto, era prima di Natale, avevo nella testa la vostra paternale, “e sii meno rigida qualche volta”, e la dispensa accoglieva gaudente le mie nuove tisane, e c’erano quei biscotti ancora da provare, e io ero così stanca, appena uscita dal lavoro e di andare in qualche pub e ordinare una birra proprio non mi andava.
-Assolutamente… non mi piace quest’espressione e invece non fai che tirarla fuori
-Bè, allora smetto di parlare-
-Ecco. No, non volevo questo ma se vuoi. Allora si passa ad altro.
-No.
-No? E perché mi hai fatto venire qui a casa tua?
-Per la tisana, per fare un po’ di conversazione.
-Ma andiamo. Scherzi? Vero che scherzi?
No che non scherzavo. Le conosco bene le mie chiusure io, altrettanto quanto i miei desideri. E da parecchio non riesco a gestire né gli uni né le altre. Congelata del tutto. E tutt'ora me lo sento il cuore indurito. E quindi sorrido sì, e gioco, migro morbida tra le conversazioni, lascio cadere una debolissima allusione. Infine mi dileguo. Pigra, sonnolenta, ancora più fredda di questa primavera che qui proprio non ne vuol sapere di mettere piede.
Qua e là qualche sprazzo di emotività manifesta, di uno schiudersi rapido e impercettibile.
C'è a bd Raspail un grande negozio di fiori. Apposta scelgo di attraversare qualche metro oltre per scorrere i passi tra metri di tulipani di ogni sfumatura rossa, rosa e arancione, rose, gerani, primule, violette... Da un vaso un rametto di fiori rossi é stato urtato e giace ai piedi degli scaffali di metallo verde. Lo raccolgo e me lo appunto alla giacca. Verso la biblioteca, di fronte all'ampia vetrina di un'agenzia di investimenti, con la coda dell'occhio, scorgo dentro un tipo che si alza da una sedia in fondo alla sala, corre verso il vetro, bussa, sorride, mi saluta, mi invita ad entrare. Sorrido e faccio un cenno con la mano. Poi proseguo. Chiusa, appunto. Maledetta primavera.
giovedì, febbraio 21, 2008
le parisien
No. Le francesi il freddo non lo sentono.
Non riesco a stare con gli occhi sul libro oggi e quindi scrivo. Prima quello che porto avanti già da qualche settimana e poi questo veloce resoconto di minuti qui trascorsi, sotto un cielo bianco e palazzi, sempre bianchi, intravisti tra i vetri di questa struttura di materiale nocivo che sarà presto abbandonata.
Non ho ancora capito bene le pratiche di socializzazione di questo popolo. Ci sono, sì, lasciamo perdere ogni più scontato e rapido pregiudizio sui parigini. Non tutti sono vanesi e insopportabili, arroccati sulla loro immensa e irraggiungibile idea di grandeur. E la maggior parte ti saluta anche. E si scusa se ti travolge nei lunghi e affannosi corridoi della metro nelle ore di punta.
Lui poi è particolarmente simpatico.
La prima volta che l’ho visto eravamo a una conferenza, a dicembre, al musée de Quai Branly. Uno dei musei più paralizzanti, in senso positivo, che abbia mai visitato. Si era levato in piedi, in mezzo al numeroso pubblico, presentandosi come uno studente di dottorato con il prof. A. e ricordo pensai “Anche io”. Ha poi varcato la porta a vetri dell’aula del nostro laboratorio, a gennaio, unico tra tutti quel giorno, assieme a uno spagnolo, a rivolgermi la parola e a interessarsi del mio lavoro, del mio passato accademico, dei miei progetti. Passa un mese e ci si ribecca in biblioteca, scambiamo qualche parola, mi chiede il numero, lo vedo pure il giorno dopo e quello dopo ancora. Poi di nuovo al seminario del laboratorio. Poi di nuovo in biblioteca. Ogni giorno da due settimane.
Il suo sorriso mi fa stare bene, mi fa sentire meno sola, meno lontana, meno al freddo.
E chiedimelo di uscire. Su.
martedì, febbraio 05, 2008
stream of
Mi vedo sfilare davanti ragazze di sciolta andatura con jeans corti e piedi foderati di sole ballerine, senza calze o altro. Colli liberi, gambe avvolte di collant sottili.
Oppure piove, accade spesso a dire il vero, e sono tutti là, senza ombrello, cappelli, la giacca aperta e la baguette, destinata a inzupparsi, stretta in un pugno.
Volevo scrivere. Ma non ho nulla di consistente da dire. O magari ce l'avrei ma a dire il vero di sondarmi il cuore, più di tanto, non mi va. Dorme ora e lo lascio riposare.
Racconto. Ieri ho preso un kir seduta a un tavolino con il mio migliore amico e la sua ragazza. Non é che lei mi comunichi grande intensità.
Ieri era come Natale. I miei mi hanno mandato, attraverso M., prosciutto, pecorino, marmellate, lenti, due magliette, un libro, le foto di tippola e altre cose che qui non trovo.
Le pareti della mia stanza sono sempre più colorate e piene.
Ieri ho preso di nuovo il biglietto per l'isola. Non so ancora dove dormiro'.
Credo di dover ricominciare a mangiare un po' di più. Non pranzo e la sera ho poca fame. Lascio metà roba nel piatto. Ma cavolo, quanto mi stanno meglio i vestiti...
Eccola l'altra frase geniale, detta su di me, quella che mi ha proprio ritratto: sei intelligentissima, vedi attraverso i muri eppure a volte fai e dici cose di un'ingenuità paralizzante. Me la disse Claudio, la sera che dopo un film decisi di continuare a vederlo, nonostante tutto.
E' bella Parigi. Roma non mi manca. Le mie amiche si'. Anche la mia famiglia. I miei gatti.
Ricordi. Est-ce que tu te rappelles...?
Quando sono rientrata nella sala dopo il pranzo e tu eri dietro gli strumenti, in silenzio? Quando, la prima volta che siamo usciti insieme fiutavi i percorsi trasteverini? Quando ti sei chinato e hai immerso le dita in quella pozza d'acqua chiara, una falla nelle tubature, che usciva dai sampietrini come una sorgente, la' a vicolo del cedro?
Est-ce que tu te rappelles... quando sotto la luna, di giovedi', mi confidasti che quel posto ti piaceva per la sua calma? E dopo poco che dei tuoi ritorni quello era stato il migliore? E la telefonata poco prima di prendere l'aereo? E quei dolci di dattero aquistati per strada? E infine quella richiesta, dimmi qualcosa V., e l'altra, quasi dubbiosa, ci scriviamo io e te?
Est-ce que tu te rappelles... io che bevo attaccata alla brocca l'acqua che esce fuori e mi bagna il petto e tu che dici: mi piace guardarti, ragazza simpatica e godereccia?
Est-ce que tu te rappelles quel pomeriggio in montagna mentre lui era a cercar funghi e io e te iniziammo a scavare e a scavare e ci scoprimmo coincidenti?
Est-ce que tu te rappelles il bagagliaio della tua auto che esplodeva di fiori di campo e rami di mimosa, e casse di ciliegie, e pesche colte dalla tua campagna vista spesso solo con la luna?
E potrei continuare.
Eccola, G., la differenza tra cio' che si e' vissuto e cio' che si é solo narrato. Il ricordo di una voce, di un gesto, di uno sguardo, di un profumo.
Ho letto questi versi di Quasimodo due domeniche fa, al Marais:
"Le parole ci stancano,
risalgono da un'acqua lapidata
forse il cuore ci resta, forse il cuore".
Aggiungerei, se a volte del cuore qualcosa rimane...
mercoledì, gennaio 09, 2008
venerdì, dicembre 28, 2007
Difficile, difficilissimo trovare una sistemazione adeguata e soddisfacente in meno. I più fortunati, cittadini extraeuropei con borsa e fecondi contatti accademici o imparentati, imbrigliati, incastrati in reti di relazioni con almeno un B1 livello europeo, francofono, possono piantare le tende nei venti metri quadri già abbondantemente occupati e sperare che l’amicizia o i buoni rapporti di parentela si mantengano saldi fino all’agognato trasferimento. È necessario stringere i denti, inspirare in maniera profonda, rilassarsi e rendere la propria mente, e ogni criterio di ricerca, più elastici possibile. Ogni diverso atteggiamento è un peccato di presunzione. Desiderare un appartamento tutto per sé potrebbe far bruciare all’inferno per tanta spavalderia: a meno di non avere un certo reddito e un francese accanto, un garante insomma, con il medesimo requisito e una fiducia illimitata nella nostra onestà da rinnovare mese per mese, riuscire ad ottenere uno spazio tutto per sé attraverso un’agenzia può rivelarsi impossibile, a volte umiliante. Solo nel caso in cui si disponga di somme mensili consistenti o di un’aspettativa breve di soggiorno è possibile ricavare la propria intimità scovando in newyorkhabitat.fr o homelidays.com lo studio, bilocale o attico dei vostri sogni, e nel quartiere che più vi aggrada.
Se non si appartiene a tale schiera di eletti, più morbida e socio-linguisticamente producente, si rivela invece la scelta di condividere i mesi a venire nella ville con uno dei suoi figli, naturale o d’adozione.
L’ingresso nella spirale dei tanti siti di collocation appare dunque una tappa forzata e quanto mai necessaria. I più battuti sono apartager.com e coloc.fr., community di locatari e aspiranti coloc. Il sistema è semplice. Occorre registrarsi con la propria mail e scrivere una breve presentazione di sé e dei propri desiderata immobiliari: tipo di abitazione, animali, città o estrema periferia, bagno (sic!), internet, televisione etc… A questo punto ci si troverà sotto gli occhi un elenco di annunci corrispondenti ai criteri immessi, spesso con foto dell’appartamento. Non tutte le informazioni sono immediatamente accessibili. Apartager vende le notizie più utili, quali l’elenco completo dei recapiti telefonici, a peso d’oro (si possono superare anche i trenta euro); Coloc, decisamente più economico, finisce con sottrarre solo qualche spicciolo alla scheda telefonica (le più veloci e facili da gestire sono quelle dell’Orange). Non mancano frasi accattivanti sulla totale affabilità e simpatia dei locataires, limiti di età, provenienza e richiesta di foto dell’aspirante coloc. Essere donna tra i venti e i trentacinque anni può essere un valido aiuto. Avere nel cellulare una scheda francese un enorme passo in avanti. Indispensabile, nel momento in cui lasciata scorrere la pagina con i nuovi annunci si è costretti a battere sul tempo gli avversari per ottenere un appuntamento, correre a ispezionare la casa (procuratevi una Paris Visite, si può trovare in ogni edicola, libreria, supermercato) schizzando da una metro all’altra e in un nanosecondo decidere se trasferirsi o meno. Ogni lasciata è persa. La decisione è spesso un feroce compromesso con i nostri bisogni primari d’igiene e sicurezza. Nel migliore dei casi può capitare una doccia separata dalla toilette e impiantata oltre la cucina vicino al balcone di un metro quadro; dover accontentarsi di una piccola stanza a 550 euro al mese provvista solo di un materasso per terra e un vecchio armadio da dividere con il proprietario dell’appartamento disposto a dormire in salotto, tizio da scavalcare al buio ogni volta che si dovrà sottostare all’imperativo notturno della natura; dividere qualche mese dell’esistenza con un salle de bain foderata di moquette, vasca da bagno compresa; aspettare invano la persona contattata per due ore prima di riuscire a raggiungerla al cellulare e sentirsi dire che la stanza è stata affittata quello stesso pomeriggio. Nel peggiore si finisce con il dare il proprio numero a strani personaggi che spalancano l’uscio vestiti di plastica e bianchi d’intonaco, pronti a guidarci nei meandri di una casa in evidente fase di ristrutturazione tra montagne di cocci, rifiuti e cani un po’ troppo curiosi o di passare un’ora ad ascoltare i deliri di anziane pittrici coperte di trucco e fiocchi rosa sulla necessità di un isolamento totale dalla frenesia della città e da eventuali amici viaggiatori il cui solo intento è approfittare della nostra ospitalità per risparmiare su alberghi e fare feste giorno e notte. Sono passaggi forzati, esperienze di quelle che tra qualche anno sai le risate, crudi aneddoti presenti nel curriculum di ogni aspirante domiciliato parigino.
Comunque, qualunque sia stato il nostro iter, dopo settimane di spasmodici giri e sconfinamenti di arrondissement, schede ricaricate ogni due giorni, ulcere e prematuri propositi di espatrio, quando ormai carichi di umiltà ci si sta rivolgendo verso la banlieue, l’imprevisto, un annuncio scovato per caso nella bacheca o un passaparola di amici può risolverci in un pomeriggio tutta la ricerca, quasi che la soluzione fosse stata sempre sotto i nostri occhi, se solo avessimo interiorizzato prima la regola della gavetta parigina e aguzzato più la vista.
giovedì, dicembre 20, 2007
Poi giungeva la sera, e il concerto. Chopin, Scarlatti o Lizst. Signori e signore di una certa Roma o crema avariata di un parterre intellettuale finto radical e ancor più falso chic.
I lacchè degli editori per cui non ero che un garzone mi davano del tu, vieni qui che ti faccio vedere quello che devi fare, mentre la mia collocazione, dietro una cassa, e le mie mansioni, manuali, mi proiettavano in una sospensione di giudizio del mio capitale culturale che un po' tendeva verso il basso e un po' autorizzava imbarazzanti e spiacevoli avances. Il cliente e la commessa.
Basta spostarsi appena, collocarsi in altri scenari e già la cosa cambia.
Potevo essere io la scrittrice intenta a presentare la propria opera e sorridere alla ragazza li' per aggiustarmi il microfono o portarmi l'acqua. Io la pianista. Io la maitre de conférences. Che il rispetto qua pare venga dagli addobbi e paraventi astratti o meno di cui ci si dota.
Ieri sera passi veloci nel freddo degli Champs, ancora non visti. Poco prima soste obbligate sotto i Printemps e i Lafayette. Teresa aveva bisogno di essere guidata un po' più dentro la festa parigina.
E là verso l'Arc, interrompendo un discorso sul sessantotto, sono esplosa in un pero' dai, troppo fico essere qua, adesso, il diciannove dicembre, sotto queste luci.
Te lo saresti immaginato lo scorso anno? ...Neanch'io.
No, un anno fa ero in un altro ruolo. E l'anno prima pure. Chissà se mi riuscirà di passare due inverni nello stesso posto, ancora.
Chissà se il prossimo anno avro' lo stesso nome di adesso piantato nel cuore e sotto la pelle, che già ci scorri, tesoro mio, come la linfa più calda e pura di questi miei ultimi mesi. E sono trattenuta e protesa verso il tuo petto dove sogno la notte di appoggiare la testa e sparpagliare i capelli e spettinare poi i tuoi, neri, lunghi.
Ma forse ho camminato troppo e conviene che mi volti.
martedì, dicembre 18, 2007
buoni propositi
Da internazionale.it
giovedì, novembre 22, 2007
Per lui
E pero' lui c'era, il modo di adagiare il suo sguardo in disaccordo, in affascinante disaccordo, sul mio, il mio che chiede e chiede e aspetta ogni volta il permesso di andare oltre.
E tutto cio' che ho fatto é stato fermarmi di fronte al suo viso.
Lui si é appoggiato. Sotto le luci del castello, fermi nel cono di luce di un semaforo.
Bellissimo. E non cosi' fragile.
Io sono sempre qui, dove ci siamo lasciati le mani.
domenica, novembre 11, 2007
Noi sereni e semplici o cupi ed acidi,
noi puri e candidi o un po' colpevoli
per voglie che ardono:
noi cerchiamo la bellezza ovunque.
E noi compresi e amabili o offesi e succubi
di demoni e lupi, noi forti ed abili
o spenti all'angolo...
Noi cerchiamo la bellezza ovunque.
E passiamo spesso il tempo così,
senza utilità (quella che piace a voi)
senza utilità (perché non serve a noi)
mercoledì, ottobre 10, 2007
Autunno millenovecentonovanta, ho dodici anni e mezzo e la parrucchiera mi ha appena tagliato i capelli secondo le direttive dei miei: cortissimi, quattro centimetri massimo.
Pochi mesi prima, dopo un anno di assiduo corteggiamento, un ragazzetto castano e allampanato aveva finalmente quasi ceduto alle mie lusinghe accettando l’invito per un gelato. Lo stesso ragazzo, una volta trovatosi di fronte il nuovo non proprio femminile aspetto, lo avrebbe etichettato come poco gradevole alla vista e la frase “ti dico solo una cosa, ti sei rovinata” mi sarebbe girata nella testa almeno fino alla primavera seguente quando i ciuffi erano finalmente e di nuovo alle spalle.
Ottobre millenovecentonovantuno, in classe alla lavagna la classifica delle bellezze della seconda D. La sottoscritta è penultima, solo perché dopo di lei c’è una sua compagna in evidente sovrappeso.
Febbraio millenovecentonovantadue. Un certo R., neanche tanto bello a dire la verità e ancor meno intelligente, mi molla dopo tre giorni, dopo il mio secondo bacio, “perché sei brutta”.
Non credo che lo fossi in realtà. Avevo acconciature imbarazzanti, vestiti fagotto, occhiali, qualche chilo in più e centimetri in meno e un’espressione, se possibile, cinquanta volte più ingenua e sperduta di adesso ma brutta proprio no. Nessuna lo è mai in realtà. Nessuna persona è brutta esteticamente. Fuori dai canoni sì; non corrispondente ai nostri gusti anche. Ma brutta è una parola troppo spietata e diretta per poter essere usata con tanta libertà. E crescere con la sensazione di esserlo blocca il cervello in trappole di amor di sé deturpato, distorce lo sguardo e schiavizza il criterio.
Che poi una segue ciecamente chi la trova “abbastanza carina”, o perlomeno “gradevole”, “non proprio cozza” e così via. Lo segue e si ritrova traumi ancora più profondi da lavare via.
Otto ottobre duemilasette.
La stessa ragazza ha appena varcato il portone di rue de Clery e procede spedita sul marciapiede stretto su cui si affacciano una serie di negozi all’ingrosso.
Ha i capelli rossi e lunghi, un maglioncino turchese e una sciarpa di viscosa verde, pantaloni larghi e anfibi ai piedi.
Un tizio che è appena sceso dal motorino, alto e alquanto belloccio, la apostrofa in un francese spedito. Lei non capisce. Lui le parla in inglese. No, parlami in francese mais plus doucement. Cosa? Ma che davero? No, non mi sembra il caso di uscire insieme, né di andarci a bere qualcosa, non c’è trippa per gatti, il n’y a pas du viande pour les chats, ma non rende, non è lo stesso… però scusa non è che avresti una stanza da affittarmi? Solo un loft? Con te? No grazie, troppo intimo. Ma poi dimmi, di solito fermi le ragazze così per strada? Ah no? Sarei un’eccezione? Sei rimasto folgorato da quando mi hai vista uscire dal portone? Annamo bene…
Mi allontano pensando a capelli castani recisi, nomi scritti in gesso e a persone che non hanno saputo vedere al di là del proprio naso. Presenti esclusi.
E altre e troppe cose tornano nella testa. Gli ultimi tre anni, densi di lusinghe, e mia sorella, anche lei piena di complessi e bloccata in pensieri sciocchi, lei che, appena di poco superato il primo anno d’età, nel suo seggiolone, si mise a piangere a dirotto nel vedere il cartone animato che le avevo proposto, quello del brutto anatroccolo. Ricordo che era davvero disperata e che papà mi rimproverò.
È sempre stata una ragazza intelligente.
domenica, settembre 09, 2007
Eppure vorrei averla già una destinazione che non abbia l'aspetto scolorito di un vagare continuo tra strade in cui il cervello si contorcerà strenuamente nel tentativo di rammentare ogni insegna, idrante o bistrot con un'eco imperativo non perderti, non perderti, non sei a Roma, non hai questo lusso piazzato ben bene nelle orecchie. E come desidero poi un saper perfettamente che fare che non coincida con l'umido umore delle quattro pareti che più di tutto faranno da contorno alle mie giornate prima che un oriundo o una oriunda decidano che sono ben degna della loro compagnia.
Spero solo che tutto questo mi trattenga dal cercare da quella parte, un po' più a est, ancora ascolto. Perchè sì, lo ammetto, sono più vicina, ma la pelle è meno distratta e riconosce ora, finalmente, cosa le procura insani e tristi brividi e non ti vuole. Credo. Non vuole, penso, te che lentamente ti fai sempre più ordinario e me ne dispiaccio, proprio parecchio, perchè lo sai è per merito o colpa tua, punti di vista, certo, che ora sono ciò che sono, protesa sempre verso un salto nel vuoto, bella, attratta dalla pericolosa possibilità di rimescolare distrattamente e sempre le carte in tavola, di mettermi alla prova, di indagare a fondo in quanti e quali modi posso ancora adattarmi a queste pantomine e a tutte le maschere che piombano nelle mie giornate di volta in volta. E a tutte quelle che riesco a far scivolare sul mio viso io, di maschere.
Qui no. In questo spazio sono nuda, con i miei nei e le mie lentiggini, la mia voce roca per il mal di gola e questa malata brama di poter ancora sentirmi autentica. E tu sei-eri-sei-eri il sorriso che mi spogliava del tutto. Eri.
Ce ne sono anche altri, certo, che con la loro incurvatura di labbra sanno rendere meno spessi, a tratti levarli del tutto, gli strati di difese sul mio viso. Viso senza punti neri, ricordiamolo.
E così lascio il mio saluto e un bacio ben schiacciato sulla guancia a tutti gli elencati. E spero di non dimenticarne nessuno.
A Giulietta, che sa quali sono le parole giuste e che mi manca proprio tanto. Prima il buongiorno tutti i giorni e ora neanche tutte le settimane, uff...
A zia Nisel, la bionda procace, che mi ha reso meno lagnosa e che mi permette di rifugiarmi tra le sue pareti color lilla.
A zia Marta, perchè le parentele simboliche sono tanto forti quanto quelle reali e a volte di più perchè le reali non ce le scegliamo. E perchè spesso mi sembra di specchiarmi.
A Francesca, al suo ascolto dolce... cavolo, perchè ci si vede così poco?
A Chiara, sempre più vicina. Anche se non bionda.
A Giulia G., ne è valsa la pena vincere quello stage.
A Massimo, il mio migliore amico e forse la persona che mi conosce meglio di chiunque altra.
Ad Alessandro, un vero e proprio cavaliere, nobile e generoso.
A Claudio, tra gli zapatisti, per il calore di gennaio e febbraio. E per quel primo abbraccio.
A Nicoletta, che è bello vedere finalmente serena.
Ad Angelo, basta il nome.
A Davide, una splendida creatura ultraterrena, un elfo, una voce che acquieta anche l'affanno più burrascoso.
A Valerio per il tempo piovoso e sofisticato- che sa di mare, sale e rosmarino- condiviso.
A Julia, altri buongiorno che mancano ora.
A Roberta per l'affetto senza riserve.
A Elisa e Maila, le mie amiche signore.
Alla mia Clare, perchè essere lontane e parlare lingue diverse non vuol dire nulla e mi manchi, sapessi quanto, ogni giorno di più.
Alle altre antropologhe Chiara, Giulia, Gaia, vero tesoro di questa specialistica.
A due persone, R. e G., che pur non avendomi mai incontrata, hanno riempito questi ultimi giorni- e il mio spazio virtuale- di una piena e sorprendente gentilezza.
A te, invece, non lascio più nulla. Tanto non ne vuoi.
martedì, agosto 28, 2007
domenica, agosto 26, 2007
Gran bella nottata.
lunedì, agosto 06, 2007
Per te
Pure in questi giorni mi veniva da pensare che, e in un altro senso, fosse troppo tardi. Presuntuosa.
mercoledì, agosto 01, 2007
Il bisogno è finito, e così questa maieutica digitalizzata. E non cerco più quello di prima, ma spesso vorrei tornare indietro per non andare oltre. O procedere più lenta e con respiri profondi. Moltiplicare i passi e i chilometri mai percorsi.
E dire che sì, va bene anche la sospensione perpetua che almeno avrei potuto mettere bocca io pure sulla nostra cesura o pensare che un varco in cui sgattaiolare ci sarebbe sempre potuto essere. E se non sempre più a lungo.
Vorrei vederti sorridere ora. Vorrei ancora la tua mano tra i miei capelli. Lisci.
mercoledì, luglio 25, 2007
Per colei che serba con sè la labradorite
Sì, credo che un gatto percepisca molto più di quanto a noi sia concesso, nonostante il mio ben acuto sesto senso che -davvero- mi fa avvertire la tragedia pochi attimi- troppo tardi!- prima che si infranga sui miei minuti. Vorrei avvertire un inizio alla stregua di quanto ogni volta intraveda distintamente una fine.
Dicevo, il gatto. Il mio gatto. Ha spalancato gli occhi terrorizzato e piantato ben ben tutte le unghie nella mia carne. Nessun rumore, nessun altro nella stanza. E l'avrò preso così su decine e decine di volte...
Ma non è del mio braccio martoriato che voglio disquisire, nè della mia filippina morning.
Vorrei solo e ancora fissare in caratteri discreti la bellezza e la totale disarmante incoscienza che procura il girare e girare di un volto e una voce nel cervello.
Ora come ora stento a ricordare.
Però grazie, C., di essere stata suggeritrice inconsapevole di un promemoria di sentimento e di un senso traslato.
Essere in mezzo, i piedi ben piantati per terra, a una mandria di cavalli al galoppo tra il vento e la polvere, il caldo e l'affanno e sentire che da un momento all'altro tutta quella potenza potrebbe sradicarci e trascinarci con sè.
E invece nulla. Passa. Torna il silenzio. E noi si resta col fiatone, scuri di terra e la vista appannata. Grondanti di sudore, ancora. Ma con un sorriso ebete sul volto in attesa smaniante del successivo passaggio...
Più o meno, no?
Che darei per innamorarmi di nuovo...
martedì, luglio 24, 2007
domenica, giugno 24, 2007
Eppure è stato bello attendere e scrutare un'alba con un sole che sarebbe anche potuto non sorgere (e il rosa dov'era? E perchè tutto non dormiva intorno, e il silenzio? Solo predatori sulla scalinata, gabbiani e un gatto con il nastro rosso).
Buonanotte al giorno. Quasi ci si cascava nella scontatezza.
Ho dormito bene e sognato il solito sogno.
sabato, giugno 23, 2007
venerdì, giugno 22, 2007
Ora so che non è quello a mancarmi- troppo leggero e poco quello che mi hai dato, strabordante quello che da me non hai voluto prendere o se l'hai preso l'hai tenuto male tra le tue dita aperte, distratto, incurante! e senza darti pena hai perso tutto tra le Alpi e La Manica. E tanto è venuto pure dopo.
Ora so che mi manco io, mi manco e faccio tenerezza, mi guardo dall'alto di due anni di sentimenti schiacciati e rintuzzati in fondo al cuore. Così bella. Se solo avessi saputo...
Odio l'estate.
domenica, giugno 17, 2007
Donne sull'orlo di una crisi di nervi
E Luxie che sorteggia il cioccolatino della serata trasteverina... non lussuria-quello è il mio- nè il languido di GiuliaG, mi sfugge il nome e poi pure l'attenzione nel non cogliere subito il profilo di chi entra nel piccolo locale pieno di golosi, è più magro e barbuto, ed è un colpo, povera la mia sorellina... E via, via per i vicoli, del piede, del cedro -davanti alla fontanella più dissetante e appagante di tutta Roma sud-est, perchè Lux ha visto chi meriterebbe una citazione per danni fisici e morali e dietro-front, non voglio dovergli risorridere...
E Fra che lavora.
E Rab, che a breve non incrocerò più di mattina o notte in lingerie nel corridoio al secondo piano della via che sa di pane fresco appena sfornato la maggior parte delle notti. Mannaggia.
E Julia, con il suo Picasso. A me piacerebbe un Matisse.
E io, che Vjola sono a tratti, e a malapena ho memoria della sua bella e triste intensità, ho un nome altisonante e mi crogiolo nella mia cinica e austera sofisticatezza e ritengo di non aver più bisogno di nessuno, ma poi mi commuovo se Rochester fa a Jane "Dolce e strana creatura quasi ultraterrena, io ti amo come la mia stessa carne", giusto in un romanzo, giusto in un film... La realtà è altra. La realtà è un incontro che non si vuole o, peggio, un non ritorno.
Ma non è di me che parlo. Non incappo in indesiderati faccia a faccia trasteverini, io. Per fortuna. Purtroppo. Che non mi dispiacerebbe abbandonare questa blanda amnesia e ricalarmi in vjoletta. Difficile. Troppe casualità dovrebbero di nuovo cozzare e ammassarsi e dovrei ripartire da capo e non ne ho voglia...
Mio caro, basta travalicare confini archeologici. Tanto non ci si incontra mai.
D., deliziata dal nostro continuo carteggio virtuale.
Ultima seduta di fisioterapia, domani [...]
Meno male che c'è il Nicaragua.
E a te che hai raccolto e conservato quel piccolo sasso quel giorno al mare, dico solo dormi bene e placido. Ovunque tu sia. You know who you are.
martedì, giugno 12, 2007
Al centro di un intrico di fili e nodi. Materiali diversi e diversi toni; gomitoli di lana calda e rossa dipanati con lentezza che legano ai polsi, uno, due, dieci giri chi non vogliamo vada via e che infatti è proprio qui, sempre accanto. Vicinanza di mani, voce e ascolto.
Fili di ferro contorti e piegati, arruginiti e carichi d'usura, ma che tanto non si spezzano, lacerano e fanno male, porca se dolgono, peggio di tutti. Infetti.
E poi elastici che si tendono e a tratti presentano allo sguardo chi c'è per poco, e fa piacere, e poi non c'è e tanto male non ci si resta. Vicino e lontano. E ancora di nuovo, e di nuovo via.
Legati a chi e in nome di quale motivo? Il tempo? La passione? L'assiduità delle frequentazioni? Il sottrarsi violento di labbra piegate in un sorriso dispiaciuto (non posso/ eppure vorrei/ma devo) sotto occhi tristi e grandi un poco calati?Cos'è che fa di un incontro un appuntamento fisso della memoria, un vuoto pesante, una mano che scava nello stomaco, un marchio sul volto? O, per contro, una presenza costante, fidata e generosa?
Da cosa dipendono le soste? Da cos'altro i ritorni? E quel "fu l'ultima volta che lo vidi, e lo ignoravo, l'avessi saputo! Avrei... [Nulla]"? .
Vorrei che si iniziasse a vedere la fine di questo labirinto e, tirando un filo rosso e morbido, scorgere dietro l'angolo se davvero un arrivederci è di parola.
lunedì, maggio 28, 2007
venerdì, aprile 13, 2007
DGPCC, ufficio II, MAE
Adieu.
Meno male che c'erano Giulietta, e Maddy. E Rodolfo.
sabato, marzo 24, 2007
Il giorno in cui sono nata, ma non quello in cui mia madre mi ha dato alla luce. Eppure sì, è stato anche un venire alla luce pure quello, una perdita di innocenza e, insieme, un ritrovare, tra lo sconcerto, un che di assoluto.
Tutto moltiplicato per dieci almeno: paura, palpito, caos, colpa, eccitazione. Desiderio.
Nessuno a casa mi chiama con il mio nome.
Amo i miei occhi. Grandi. Nocciola. E intorno tutto verde.
È bello dire il tuo nome a te.
Vorrei dirti grazie.
In un modo o nell'altro, in fondo, mi hai salvato.
Proprio una bella giornata... la migliore, da quando sono qui.
-"ovunque proteggi..."-
E dormi bene.
mercoledì, marzo 14, 2007
lunedì, gennaio 15, 2007
giovedì, gennaio 04, 2007
(Still avoided) Sex and the Eternal City
Il punto della situazione
Dunque.
Zoe, entrata a pieno titolo tra le già note fichissime magistrali, si lascia ancora adescare da vigliacchi e blandi ricatti morali, i quali, tuttavia, lasciano pure il tempo che trovano e non impediscono alla bella dottoressa di esternare in una veste vaporosa tutto il suo florido fascino di porcellana. Nad, bionda e liscia, scopre dopo dieci anni la gioia di darci un taglio e “assai appetibile”, broccata di rosso e nero anima una festa a tratti segmentaria.
Fran invece, nonostante i ricci, non ha ormai occhi che per il suo micio. Anche quello dei Monti Tiburtini. Rab infine ritrova il lontano che lontano non era mai stato. Sempre più spesso, e sempre più stretto.
E lei, Vjola, con spalla nuda e ambra, confusa e temeraria, si lascia scivolare di calice in tisana, di tisana in calice tra rossi indesiderati, amici che solo tali devono restare e altri che ben altro potrebbero essere ma è meglio di no, restiamo puri almeno nelle mani se nella testa non lo si è più.
E tra prime mogli, ex ragazzi di migliori amiche, informatori e vecchi flirt del suo flirt perduto (e opportunista) trascorre le ultime ore di un anno complicato.
Mezzanotte.
Faites vos jeux. Les jeux sont faits. Rien ne va plus…
venerdì, dicembre 01, 2006
domenica, novembre 19, 2006
letture serali
Sei scandalizzato? Ammetto che all'inizio lo ero un po' anch'io, ma alla nudità si prende facilmente gusto... Quanto mi manchi mio scandalizzato!
Tutto manca: la nostra complicità, le nostre folli risate, la poesia di noi due insieme, il mio ritegno appassionato, la tua passione trattenuta, il mio calore sotto le tue mani... So che siamo parentesi l'uno per l'altro.
Bisogna che la mia impazienza di te si rassegni a questa frustrazione temporale.
Ma non subito. Dopo, dopo...
mercoledì, ottobre 25, 2006
Il dolore non è affatto un privilegio, un segno di nobiltà, un ricordo di Dio. Il dolore è una cosa bestiale e feroce, banale e gratuita, naturale come l’aria. È impalpabile, sfugge ad ogni presa e a ogni lotta; vive nel tempo. È la stessa cosa del tempo; se ha dei sussulti e degli urli, li ha soltanto per lasciar meglio indifeso chi soffre, negli istanti che seguiranno, nei lunghi istanti in cui si riassapora lo strazio passato e si aspetta il successivo. Questi sussulti non sono il dolore propriamente detto, sono istanti di vitalità inventati dai nervi per far sentire la durata del dolore vero, la durata tediosa, esasperante, infinita del tempo-dolore. Chi soffre è sempre in stato d’attesa- attesa del sussulto e attesa del nuovo sussulto. Viene il momento che si preferisce la crisi dell’urlo alla sua attesa. Viene il momento che si grida senza necessità, pur di rompere la corrente del tempo, pur di sentire che accade qualcosa, che la durata eterna del dolore bestiale si è un istante interrotta- sia pure per intensificarsi.
C. Pavese
lunedì, ottobre 16, 2006
Faccio brevemente capolino tra un testo e l’altro e qualche foto per bilanciare un poco la spersonalizzazione galoppante di questo spazio blu. Eccomi di nuovo.
Ma c’ero anche prima. C’ero nelle foto londinesi, nei versi di Capossela (sì, riesco in parte a mantenerla la grazia del mio cuore, indurito e aspro), in quelli dei Cure (odi et amo) e nella bella canzone di un film sempre troppo evocativo. Senza ritorno.
Sono stufa. Stufa di scendere a compromessi con i miei sogni, stufa di restare così a lungo inutilizzata, e vorrei lavorare, agire, amare, muovermi in continuazione e non restare ogni volta ferma e inerme ad attendere di veder scorrere davanti agli occhi la prossima persona che si allontana e esce per sempre dalla mia vita, sorridendo o sbattendo la porta.
Lavorare…
Nulla è servito a nulla. Il prossimo anno emigro.
Servizi utili
Invito alla lettura: Caos Calmo, di Sandro Veronesi
Invito al cinema: Nuovo Mondo, di Emanuele Crialese
E maggior concretezza e verità nei miei minuti.
Le amicizie restino tali, che oltre non andrò mai.
E quello che dice di volermi bene e di amare le mie parole vada invece oltre che presto sarò stanca anche di lui.
E niente mi tratterrà più qui.
venerdì, settembre 08, 2006
lunedì, agosto 28, 2006
giovedì, agosto 03, 2006
grafologia estiva
Cena carina, pasta pomodoro e tonno, uova con maionese di fattura casalinga, bresaola, rughetta e parmigiano, insalata greca con cipolle a parte (thanks). Pane riscaldato con amore dalla sottoscritta. Gelato. Chiacchiere tra antropologi e una cineasta. Progetti futuri tra disoccupati di fatto e inoccupati imminenti. Ma tanto c'ho la specialistica...
Col sottofondo della chitarra di E., un altro pesci, come sottolinea più e più volte Nad, ma non ieri sera, S. antropologa-grafologa legge i nostri segni veloci e curiosi su un pezzo di carta strappata. Ci prende, eccome.
Da due-tre mie righe esce fuori che:
-adoro mio padre
-sono più tranquilla con la mia famiglia ora più di prima (le cose che non vedi non accadono)
-sono da poco uscita da un rapporto lunghissimo
-ho ancora difficoltà a sganciarmi da alcune cose/persone del passato
-mi fido poco
-sono una persona timida ma in fondo sicura di me. E tranquilla.
-sono sensibile. E lo dimostro. Anche troppo.
Assai vicina, sì.
Sicura lo sono. Nostalgica anche.Tranquilla pure. Ma la tranquillità può anche essere confusa con l'apatia, con quell'irritante e scialbo tenersi, spesso più che sempre, in stand by...
D. e le sue distanze lo esigono.
E tutti i fantasmi appresso.
mercoledì, agosto 02, 2006
sabato, luglio 29, 2006
lunedì, luglio 17, 2006
sabato, luglio 01, 2006
Mill-Blata
Lil P.
Rileggo per la terza volta il post del nadurin. Versione inglese per i non maltesi o i maltesi d’adozione che non hanno avuto il tempo di cimentarsi a dovere con una lingua bella e difficile. Mesi fa avrei preso il dizionario e la mia piccola grammatica “Learn Maltsese, why not?” e dopo almeno una buona mezz’ora sarei riuscita a estrapolare gran parte del senso. Promettevo bene con le traduzioni. Almeno l’anno scorso. Fin quando non ho deciso di disabituarmi, sul versante conscio ovvjament, al maltese. Al mio maltese. Il distacco (cercato di malavoglia) esige un prezzo.
Anche se poi ogni sforzo di rendere il tutto più opaco e attutito si rivela fatica sprecata.
Perché Malta, indubbiamente una delle mie più forti epifanie, continua tenace a fare capolino da una porta di carta velina con la chiave là fuori nella toppa.
Come a Msida, o a Victoria, adesso, in questa casa gialla dove ammassi di scartoffie, cibi in scatola, barattoli e santi sono nel frattempo cresciuti e cresceranno ancora fino al momento di essere rivisitati e forse buttati via.
O più probabilmente ad andarsene in un altro posto, nuovo luogo da riempire, sarà chi ci vive. Un po’ come succede quando si vuole farla finita con memorie noiose che ancora si riversano nel cervello, inutili e ridondanti. Stufi di essere impediti in ogni movimento proviamo a liberarcene, le accatastiamo disordinatamente e con scarso rispetto- scarso rispetto per emozioni e occasioni apparse, per poco o tanto, uniche e preziose- ce ne liberiamo. Ma spesso quel mucchio è davvero troppo grande. E così pace, si cambia casa. O si prende un aereo.
È vero P., ciò che una volta sembrava vitale nel cuore e nella testa, ora ansima o vegeta. L’indispensabile si fa vano. O, come dici tu, il sacro scivola nel profano. Già provato. In un giovedì.
Mi occorre altro ora.
Puoi passarmi la cisk?
E io non sono cresciuta tra quei palazzi, ma qualche km più a nord, dove inizia la Sabina, come ricorda Rab terra delle prime gatte morte della storia; sono stata piccola in un cortile pieno di ragazzini, gomiti e ginocchia affetti da sbucciature perenni, tra biciclette, palloni, biglie, polvere e terra; la vigna dei nonni poco lontana, un asilo di suore, le elementari con mamma in ufficio, medie dannose e un liceo anonimo.
Rileggo con piacere il tuo post anche perché, come altre antiche tracce, suona come il rumore di quella porta lasciata socchiusa.
Perché assieme al terzo piano, al giallo delle case e il blu indescrivibile sotto di loro, ai miei cari scrittori- ma sì, pure lui in resa primaverile, perché escluderlo?- e ai vecchi sentieri emotivi su cui vorrò di nuovo passeggiare, rappresenta un po’ la Malta a cui permetto di visitarmi ancora.
Vorrei poter dire di aver lasciato fuori tutto il resto. Vorrei, ora, avere la certezza di poter sbarrare l’uscio prima di andare a dormire. Perché la notte è ancora densa. Ci vorrebbero altre due mani per completare l’operazione. Mani da pianista.
Temevo che quei tuoi giorni a Roma sarebbero stati assai deleteri per il mio equilibrio. Per quell’accento famigliare. Per quel modo di pronunciare la “r” che avete un po’ tutti. Per la stessa intonazione con cui sono chiamata per nome. Anche se con una voce diversa, meno piena. Avevo paura di risentire freddo. E non per la città in cui ci siamo conosciuti, né per il mese.
Così non è stato.
Forse il tempo è stato davvero lenitivo. O forse, appena qualche giorno prima, senza che me ne accorgessi, distratta tra denti bianchi, gamberetti e bottiglie di vino, le belle mani di D., mani da pianista, avevano già sistemato con premura qualche chiavistello.
2) Alle altre del trio compatto
Ho trascorso le ultime tre giornate sui vostri campi. Non è tutto come lo abbiamo lasciato. Dalle strade ad alcuni edifici l’isola ha confuso i nostri vecchi percorsi.
Anche la gente è diversa. Come se tutto a un tratto avesse smesso di recitare la parte che la nostra presenza collettiva aveva loro assegnato. O forse la percezione, ora individuale, di chi Gozo non l’ha mai sentita come propria, distorce e inganna.
Di sicuro è il mio sguardo che ha smesso da un bel po’ una certa performance.
Il nostro G. ha messo su un fisicaccio e gestisce, a metà con un tipo che non ha mai messo piede fuori dall’arcipelago, un bar sulla via che porta a It-toqq. Il fratello, forse l’unico a non essere scivolato fuori dalla parte (come l’altro del resto, con la sua patina diplomatica e quel fare mai oltre le righe) si dedica intanto alla conoscenza dell’est europeo. Ho sentito gente dire che quando ci si arricchisce gli amici non servono più a nulla, che i computer sostituiranno la politica, che se hai una bella macchina vale la pena spendere milleduecento euro per una targa con il proprio nome, che ogni secondo della vita deve essere produttivo (in senso economico). Manca a questo popolo la sana e appagante arte del cazzeggio…l’otium non sanno neanche dove sia di casa.
Gozo non è la mia isola, lo ripeto. Forse per questo è stato più semplice dedicarsi a passatempi prettamente turistici come le tre serate di festa a Nadur (lo ammetto, ho ricacciato dentro qualsiasi tentazione antropologica di analisi ) tra saints and fireworks e i miei adorati e proustiani imqaret. Ieri mattina ho anche preso quella barca che passa sotto la grotta e arriva in mare aperto fino all’ Azur Window. Non ho fatto altro che pensare a te Nad, a quello che avresti detto mentre tra le pareti strette del passaggio o tra le onde alte di una mare scuro che pareva gelatina al mirtillo (quasi, è pieno di meduse) te ne saresti uscita con la tua moriremo tutti…. E non riuscivo a togliermi dalla testa neanche te, Rab che nella discesa dalla cittadella avevi mimato il gesto di animalisti intenti a proteggere le tartarughine di mare, o quando, uscite da Il-bies, mi guidavi per le strade della tua Rabat. Il cuore ha avuto un leggero sussulto là, all’ingresso di quel locale dove l’autoscatto ci sosprese, abbronzate e con il sale di Ramla sulla pelle, il giorno della partenza. Narawk darba ohra.
Mi mancate.
Ora sono nella mia isola, dove non mi è concesso e soprattutto non ho voglia, di sentirmi turista. Tra poco uscirò e arriverò fino a Sliema, con un libro o della musica mi siederò sugli scogli. E riempirò le narici di quel mare di cui poi, lo so, sentirò l’assenza. O prenderò il 64 per Valletta. Salirò fino ai giardini e appoggiata alla balaustra lascerò oziare lo sguardo sulle tre città.
A poco a poco comincerò a sentirmi di nuovo a casa.
In attesa di tornare a Monteverde, casa anche quella.
lunedì, giugno 26, 2006
sabato, giugno 24, 2006
Le dita proprio non ce la fanno a stare dietro i pensieri... proprio no...
Le dita sospese sulla tastiera in attesa di una illuminazione che con qualche battuta possa restituire la densità di quest'ultima settimana.
Annaspo tra parole, sorrisi e porte che si spalancano su ospiti nuovi.
Solo oggi c'erano Valerio e Marion. Mercoledì una variegata e surreale compagnia di incontri casuali e vecchie conoscenze. Se mesi fa non avessi dato inizio a questa specie di domino folle ora non sarei qui ( e dove dunque?)... e le penne allle zucchine e gamberetti e le tartine, e l'after eight. E compagnia bella. E vai con Salinger...
Con Fran, Rab e Julia (versione Zadie Smith) e Nisel. Con M. recuperato per caso e Pierre, altro intreccio del destino. Incontrato a Bruxelles... ma ci sono stata davvero? Forse. Ricordo un pomeriggio e una serata e una notte al limite del delirio. Dove sei? Chi sei? Scuoto la testa.
Sorry. I've glasses full of wine lying on my minds. Nessun pericolo. Cena tra amici. Vino bianco e rosso.
Fatico a percepirmi.
Tutta.
Ho lasciato anche i piatti nel lavandino, rimandati a domani, perchè MI ANDAVA DI SCRIVERE. Perchè sì, il contrasto vita-scrittura non l'ho ancora risolto (o l'una o l'altra- Chopin, Polonaise in sottofondo), si vive o si scrive. E se si scrive è solo per riempire di parole e aria quella vita risucchiata da chi o cosa. Maledetto vino.
Carine queste sere.
La valigia è sul letto. La mente giocherella con Chopin. Tan ta ta tan...
Cosa siamo ora? Dove sei?
Ho il volo lunedì.
Ci sarà di nuovo il profilo delle tre isole. Della MIA isola. E ancora quell'appartamento. Era ora. Perchè ora so di avere un riparo, un paracadute, ora sì. Almeno nella mia testa. E credo basti. Dell' esterno non me ne curo. Ho quegli occhi neri- ma lo sono di più gli altri e più grandi- e quel sorriso- là sì che non c'è paragone- e quel nostro vagare tra trastevere e i ponti e Castel Sant'Angelo. Stesso muretto. Vattene. Non tu, l'altro. Tu resta, tutto il tempo che vuoi. Dove sei? Non tu. L'altro. So dove sei tu.
Mi manchi.
Devo a tutti un post sobrio. Prima o poi.
A presto. Da un' altra latitudine. Dalla mia isola.
domenica, giugno 18, 2006
Corpus omne perseverare in statu suo quiesciendi vel movendi uniformiter in directum, nisi quatenus a viribus impressis cogitur statum illum mutare
parole sante...
domenica, giugno 11, 2006
venerdì sera...
Voglio ciondolare sognante ritmata da motivetti allegri e insonori. Ma non per me.
Voglio passare ore e ore ad ascoltare la differenza che passa tra l'esecuzione di un pezzo su un pianoforte e quella su un clavicembalo. Ore. Anche notti.
Voglio piantare i miei occhi nei tuoi, di nuovo.
Voglio sapere se la mia è un'illusione, un facile copertura, l'occasione afferrata al volo per liberarsi di un passato ingombrante. O se in qualsiasi momento, con o senza necessità di oblio, ti avrei permesso di farti spazio qui, nei miei pensieri.
Alla prossima.
mercoledì, giugno 07, 2006
Come quando parti con il freno a mano( cosa che, personalmente, mi è successa un sacco di volte, avevo una polo diesel che era un trattore ed era capace di andare avanti per decine di metri), o quando metti mano ad un pianoforte con il pedale della sordina abbassato. Tanto vale suonare con i tappi alle orecchie (Dio, come vorrei avere qui, ORA, il mio piano...).
Pertanto, da un po' di settimane a questa parte cerco di evitare con cura ogni minima pesantezza ragionata. Cadute in crisi di astinenza da paranoie permettendo.
Tuttavia alcuni freschi eventi mi spingono a tornare sui miei passi e a inerpicarmi ancora nelle mie folli idiosincrasie. Nessuna limpida argomentazione stavolta. Solo spunti.
1) cosa si prova ad aver contribuito all'infelicità di una ragazza, OVVERO, come ci si sente dopo aver consigliato al proprio fratello di pensare unicamente al proprio bene a scapito di colei che, da un momento all'altro, sarebbe stata mollata? Non bene, ve l'assicuro. Il gioco delle parti è forte. Ma per fortuna non duraturo.
2) E per fortuna anche un certo mal di stomaco si è esaurito nel giro di pochi minuti.
3) Essere single è una gran cosa. Senza protesi emotive, sentimentali e monopolizzanti di varia natura, ho avuto modo di frequentarmi a lungo. E più mi conosco per ciò che sono davvero, più mi piaccio.
4) Dovrei però rivedere la parte fisica della questione e approfittare fino in fondo dei vantaggi del mio status, invece di dire continuamente di no. O di fuggire da situazioni troppo cariche di ovvie conseguenze. Tirasela è divertente, lo ammetto, ma l'opposto può esserlo ancora di più.
5) Sono piena di amici. Maschi.
6) L'amicizia è spesso un alibi.
7) In particolare ieri sera.
8) Amo dileguarmi.
9) Aspetto venerdì.
sabato, giugno 03, 2006
In risposta all'interrogativo che Fran si PONEVA su msn...
Soundtrack:
Pioggia e sole cambiano la faccia alle persone
Fanno il diavolo a quattro nel cuore e passano e tornano
E non la smettono mai
Sempre e per sempre tu
Ricordati dovunque sei, se mi cercherai
Sempre e per sempre dalla stessa parte mi troverai
Ho visto gente andare, perdersi e tornare e perdersi ancora
E tendere la mano a mani vuote
E con le stesse scarpe camminare per diverse strade
O con diverse scarpe su una strada sola
Tu non credere se qualcuno ti dirà che non sono più lo stesso ormai
Pioggia e sole abbaiano e mordono ma lasciano, lasciano il tempo che trovano...[...]
etc... etc...
"Sempre per sempre" F. De Gregori
giovedì, giugno 01, 2006
Piove...
E dormo ancora con il piumone. Ma è già da qualche giorno che ho il biglietto per l'isola. E oggi ho comprato il costume. Solo il pezzo sotto. La commessa dopo il "desidera qualcosa signora?", ha provato più volte a propormi anche la parte mancante. "No, grazie, mi occorre solo la mutandina". Non è che mi sia convertita al topless, anche perchè esteticamente mi hanno sempre donato tutti gli accessori di sostegno vari e non mi sognerei mai di svelare al mondo certe mie lacune. Il fatto è che il pezzo sopra già ce l'ho. Un vecchio costume di mia sorella-un amore di bikini- con un pezzo sotto però eccessivamente svelante... e siccome il colore dei combinabili più o meno ci azzecca...
Stasera teatro. Come domenica del resto. Ieri, invece, dal festival delle letterature ho fatto ritorno con la firma di Nadine Gordimer sul biglietto. Per Zadie Smith porterò il libro.
Avevo lasciato la macchina lontano, su viale Regina Margherita, e finito lo spettacolo- con il pensiero fisso al mio ombrello nel portaombrelli a casa- ho iniziato a camminare spedita sotto una pioggia fitta fitta.
Sempre più fradicia e riccia mi sono scoperta a sorridere. La pioggia mi fa sempre questo effetto. Alcuni dei momenti più felici della mia vita hanno a che fare con la pioggia. E così ho rallentato il passo e messo in borsa il volantino con cui mi stavo riparando la testa. Sempre più bagnata e sempre più sorridente. Così, senza motivo.
E senza motivazione è questo post.
Da quando parecchia della malinconia delle settimane passate è sfumata mi sembra di avere meno cose da pensare e da trasmettere.
La sensazione più forte dentro è quella di una risacca lentissima durata mesi e mesi. Ora che è tornata al mare (il nulla dov'era e dov'è giusto che sia) mi sento prosciugata. Forse è per questo che ho smesso di correre sotto l'acqua, prima. E sono arrivata alla macchina zuppa. Ma senza pensieri. A casa latte caldo e pastiera. E ora il piumone.
venerdì, maggio 26, 2006
In risposta all’interrogativo che Fran si pone su msn…
E non so neanche spiegarti perché una domanda del genere non scappa fuori all’inizio di tutto; che forse, non sarebbe poi male, riuscire ad avvertire all’istante la parziale inutilità -ma forse siamo solo miopi- di tanta impiego di energie e levatacce mattutine, per non parlare di tutto ciò che, invisibile agli occhi ( ma non era l’essenziale?) da dentro scuote e rimbomba. E lascia attoniti.
Saper guardare oltre. Indirizzare la mente verso ciò che ha tutte le possibilità di essere. Alla faccia del senno di poi. E prendere ogni precauzione.
Ma tu non sei così. E neanch’io. Ma sì, tuffiamoci. A pesce. Appropriato. Due pescioline che se la rischiano, sia quel che sia.
Niente vale la pena, dice un personaggio di Pessoa, ricordi?
Adoro quei versi, tuttavia quel passo, ora come ora, mi lascia un po’ perplessa.
Forse perchè tutto vale la pena. Altrimenti quel giorno non ci saremmo neanche alzate dal letto.
Un anno fa invece lo stesso verso si incastrava alla perfezione tra le cataste di pensieri e paure che scandivano i miei pomeriggi di fronte ad uno schermo. Dopo il nuoto e lo studio. Palpiti, sorrisi e mal di stomaco.
Ma qui le parole trovano il loro sigillo. E si perdono nel vuoto.
Otto anni sembrano non avere alcun peso. Figuriamoci qualche mese.
E finisco con il rigirare a te la domanda: ne valeva davvero la pena?
Ed ora la mia risposta: nulla, Fran.
Non resta nulla.
Ma parlo sempre di me.
Tranquilla.
Dormi bene.
E aspettiamo lunedì.
domenica, maggio 21, 2006
vita

Però, (cosa vuol dire però) Mi sveglio col piede sinistro Quello giusto Forse Già lo sai che a volte la follia Sembra l'unica via Per la felicità C'era una volta un ragazzo chiamato pazzo e diceva sto meglio in un pozzo che su un piedistallo Oggi indosso la giacca dell'anno scorso che così mi riconosco ed esco Dopo i fiori piantati quelli raccolti quelli regalati quelli appassiti Ho deciso di perdermi nel mondo anche se sprofondo lascio che le cose mi portino altrove non importa dove non importa dove Io, un tempo era semplice ma ho sprecato tutta l'energia per il ritorno Lascio le parole non dette e prendo tutta la cosmogonia e la butto via e mi ci butto anch'io Sotto le coperte che ci sono le bombe è come un brutto sogno che diventa realtà Ho deciso di perdermi nel mondo anche se sprofondo Applico alla vita i puntini di sospensione Che nell'incosciente non c'è negazione un ultimo sguardo commosso all'arredamento e chi si è visto, s'è visto Svincolarsi dalle convinzioni dalle pose e dalle posizioni Lascio che le cose mi portino altrove altrove altrove Svincolarsi dalle convinzioni dalle pose e dalle posizioni Svincolarsi dalle convinzioni dalle pose e dalle posizioni
Altrove, Morgan
giovedì, maggio 18, 2006
post multidirezionale
a Paolo il catalano:
oggi, nella snervante attesa del 984, in quel della circonvallazione cornelia, una telefonata della mia pluriennale compagna di banco di liceo mi avvisa del felice ritrovo, domani, di parte della V A -annata 96/97... passo.
Ricreare in piccolo un "Compagni di scuola" con riassunti forzati di vizi, virtù, successi e cadute non fa per me. Alla prossima. Tra altri dieci anni magari.
a Ale, il francese: grazie... e a lunedì.
a Fran, la mia gemellina bionda e riccia, bel pezzo di candidata come consigliere per l'XI municipio (VOTA FRAN!!!!):
1) settore pubblico= spero che la mia strategia elettorale - sorriso rassicurante alle vecchiette e ammiccamenti semi-maliziosi a potenziali elettori del sesso opposto allegati alla continua reiterazione del mio cordiale Buongiorno, posso lasciarle un volantino? - abbia sortito un certo effetto. Lo spero. Anche perchè sorridere tutta la mattina mi costerà un certo incremento in termini di rughe e indolenzimento muscolare... ;)
2) settore privato= sì, è un fatto simbolico molto forte. Alla fine anch'io me ne sono andata. Oppure ho deciso di non farmi trovare, se e quando... Panta rei. Ma fa lo stesso male.
DECISIONI
Oggi ho preso il volo. Leggere alla lettera. Andata e ritorno. E subito dopo mi è venuto mal di stomaco. Capita. Dove tutto è cominciato. Proprio qui. Nel titolo.
RIVISTA:
Le mie recensioni sono state trasferite nella cartella -passo successivo verso- la pubblicazione. Credo. Pubblicata. Io... Però...
IN BREVE
Dall'essere una disoccupata sono passata, in pochi giorni, al ruolo di recensionista e poi a quello di traduttrice a tempo pieno. Mi è sempre piaciuto translare. Dilettarmi con le lingue. Risparmiatevi la facile ironia, please.
Afferrata la storia dell'ossimoro. Grazie Guzè.
ANCORA PIU' IN BREVE
per D.= deliziata, davvero deliziata...
-sospiro-
E non dico altro.
E ti perdono anche il tuo andare via precipitoso di domenica.
Nad no. Se l'è legato al dito.
giovedì, maggio 11, 2006
martedì, maggio 09, 2006
Di essa però resta solo il suo nome, un involucro opaco gettato su una realtà sfatta e caotica. Questa è la verità -forse- e il nome un’illusione. Viviamo di illusioni, allora…
[…] ad libitum…
domenica, maggio 07, 2006
venerdì, maggio 05, 2006
estetica autoreferenziale postmoderna
Nulla pare turbarmi. Nel bene e nel male. Bene? Quale bene?
Lo ripeto: pura e assoluta forma. Priva di contenuto. E piena di falle. Neanche come forma e basta arrivo alla decenza.
E in tutto questo c'entra quella bulgara falsa madrelingua d'inglese la quale, sicuramente per invidia delle mie graziose ballerine e del mio faccino giovane, oltre a dirmi che le sembro americana (americana a chi???!!!) sottolinea implacabile e senza ritegno l'inguaribile imperfezione del mio mento, a suo giudizio un po' troppo sporgente, e con rammarico e compassione mi chiede chi sia stato il mio-poco brillante-dentista...
E c'entrano quei travestiti incrociati alle cinque di mattina a testaccio- proprio non ci riesco a capire che donne non sono- con quel fisicaccio da modelle che a me non verrebbe neanche con una squadra di chirurghi estetici o con una serie consecutiva di reincarnazioni in donne con potenzialità genetiche decisamente più felici...
E c'entra quel tipo alto e moro che mi ha tenuto gli occhi addosso tutta la sera tra le luci verdi-blu e la musica elettronica senza per questo riuscire a sillabare neanche mezza frase indirizzata a chi, come la sottoscritta, di certo non muoverà mai più un passo verso nessuno (tirarsela sempre, tirarsela ovunque)...
E infine c'entra ancora questa primavera intensa e oscena, talmente calda e profumata che basta respirarla per avere desiderio di spalle nude e gambe scoperte... E io, lo ribadisco, faccio acqua da tutte le parti.
Forse è ora che riafferri un po' di sostanza. Così, giusto per tappare un po' di buchi.
domenica, aprile 30, 2006
Recensione (libera e senza compromessi)
-Che genere di scritti?
-mah, inizia con il recensire questo libro, la nostra casa editrice ne ha pubblicato alcuni racconti...
Ammetto che non è stato per nulla semplice leggere quel libro. Ancora meno parlarne. Troppo triste, troppi sensi unici.Troppo da metabolizzare. Bello e azzeccato però lo sguardo gettato, ad un certo punto, su una primavera assai scomoda:
...tornato dentro chiusi tende e finestre ma quell'odore era già penetrato anche in casa. Tutto ne era impregnato. Era un profumo di primavera ma in quel momento mi faceva pensare solo alla carne guasta. Odiai la primavera con tutte le mie forze. Odiai tutto ciò che la primavera portava con sè, odiai il dolore sordo che mi aveva procurato. Mi sembrava di non aver mai provato un'avversione così violenta nei confronti di qualcosa...
Recensione ( di V.M.):
Un frammento di passato che si riaccende sulle note di una canzone dei Beatles e richiama a sé, uno ad uno, altri frammenti, tracce lontane ma sempre meno opache, sedimenti di una storia, tessere da ricomporre. Passi. Decine, centinaia di passi accanto ad una ragazza dai capelli lisci e scuri. E uno scenario trascorso e antico di prati e colline che si lascia scorgere in modo sempre più chiaro.
Accade tutto in un aeroporto, spazio sospeso, luogo-non luogo per eccellenza. Diciotto anni dopo il tutto.
Perché alcune cose si vedono solo quando ci si allontana, dilatando la distanza in anni e chilometri; e di questa bella storia il ragazzo ormai uomo, voce narrante che filtra e congiunge quattro diverse e intense figure di donne, a stento pare il protagonista, sospinto da scelte altrui, trattenuto o lasciato fare, e poi ancora frenato. Fino all’ultimo -finalmente sciolto- impulso: una fuga e un ritorno. E una scelta. In una telefonata. Da un luogo che, ancora, non è da nessuna parte.
E' piaciuta. Inizio il dieci maggio. Tre giorni a settimana. Otto ore. Due mesi. Senza retribuzione.
giovedì, aprile 27, 2006
Mah...
A un mese esatto dall'ultima volta. Senza retaggi e senza scie.
Solo sospensioni. Solo l'eco di pensieri trascinati di minuto in minuto sotto un cielo senza stelle. E un carico di sogni diversi consuma la notte. Fughe. Sempre qui, sempre tra queste strade ti trovo e ti smarrisco.
mercoledì, aprile 26, 2006
A/R
-Sei di qui?-
-Cosa? Scusa ho la musica…-
-Sei di qui?-
-No- e torno a Nightswimming.
Un parco verde. Un edificio giallo. Scale e un corridoio di linoleum celestino.
Ciao. Usciamo fuori? Ma tu dov’eri il venticinque aprile? Mangiato tutto? Se vuoi te la rifaccio la torta al cioccolato... Dai facciamo un giro che qui non si respira. E ti fa bene camminare un po'.
Un’ora di dopo di nuovo nella polvere di una fermata di autobus. Via XXI Aprile. Piazza Bologna. Metro, direzione Laurentina stavolta. Sarebbe bello scendere ancora a Garbatella e trovarselo di fronte. Già. Andato. Piramide. La mostra di Antonello da Messina fino al venticinque giugno. Vista domenica. Bella, sì. Bella l'immagine scelta e piazzata sui cartelloni. Sorride con gli occhi ma non con le labbra. Passi frettolosi sui marciapiedi fucsia di Testaccio, carichi dell’odore di fiori e petali. Schiacciati.
Tutto trasuda primavera.
Ancora il 75. Puntuale e precario. Lungotevere. La sede dei cavalieri. Il ponte sull’isola Tiberina. Posti in piedi ovunque.
Mai vista tanta gente a Roma...




























